Basta atterrare qui per cogliere che qualcosa si sta muovendo in Serbia, dopo decenni di odii, nazionalismi e guerre devastanti nell’ex Jugoslavia. E insieme, per avere la forte sensazione che nel tentativo serbo di cambiare e integrarsi in Europa, l’Italia come sistema-paese ha un ruolo-chiave, superiore a quello tedesco. Basta atterrare al Nikola Tesla International, l’aeroporto della capitale, danneggiato nelle guerre iniziate da Milosevic dai bombardamenti Nato e poi ricostruito in corsa e risparmiando. Lo vedi quando aspetti i bagagli: i nastri di consegna scorrono da aperture nella parete decorate dal posteriore di una Fiat 500L col pianale portabagagli aperto. E la pubblicità dice orgogliosa “500L, proudly made in Serbia”. Altre reclames, dalle grandi banche alle assicurazioni, invitano a rivolgersi al made in Italy. Serbia, primavera 2016. Vinte le elezioni, ma perdendo deputati e affrontando la sfida parlamentare della destra naziona-lista, anti-Ue e russofila, il giovane e popolare premier Aleksandar Vucic è deciso al tutto per tutto pur di accelerare il negoziato per l’adesione all’Ue. Una lunga marcia che impone riforme e sacrifici impopolari, dicono qui nel bel centro storico tra la Knez Mihajlova, piazza della Repubblica, e il forte del Kalemegdan. Mentre al pericolo – così lo descrive Vucic – di “restare a scegliere la Serbia del passato anziché costruire una Serbia del futuro, moderna ed europea” – si affiancano atteggiamenti non amichevoli dei vicini. La Croazia, dove da poco è al potere un governo nazionalista di stile ungherese fa di tutto a Bruxelles per sbarrare la strada a un futuro ingresso serbo. Spalleggiata, temono molti a Belgrado, da romeni e bulgari. Su questo sfondo, il ruolo del sistema- Italia è cruciale, notano sia imprenditori italiani attivi qui, sia esponenti governativi con responsabilità nella politica economica. Le cifre parlano chiaro, ti fanno notare. L’Italia è il primo investitore straniero in Serbia, con circa seicento aziende presenti e una quota di capitale investito stimata in oltre 3 miliardi di euro. Siamo anche il primo sbocco dell’export serbo con 1,95 miliardi contro gli 1,47 della Germania, e talloniamo Berlino nell’import serbo: 1,7 miliardi contro i 2,1 dei tedeschi. Terza la Russia, protettore storico. La Russia con cui Vucic non vuole rompere, ma della cui amicizia ha bisogno per continuare la lunga marcia verso la Ue. Tenendo conto degli umori interni, negli ambienti nazionalisti, tra i giovani e nel suo partito, lo Sns (Partito del progresso). Per molti serbi, Mosca è un soft powe r amico, mentre l’Occidente pone di continuo condizioni dure. La presenza italiana aiuta i riformatori a Belgrado, il cui prodotto interno lordo è rappresentato per il 36,9% dall’industria. Atout e problema insieme per Vucic: la gloriosa industria di Stato creata dalla monarchia e poi da Tito, e in passato a livelli mondiali in comparti come l’aeronautica, è vecchia e in svendita. Al prezzo di duri costi sociali. Con un Pil a doccia scozzese, tra anni recessivi e ora crescita debole (1,5%, ben meno che Polonia, Cèchia o Ungheria avvantaggiate dai fondi di coesione Ue), il disavanzo pubblico in questo vivace, fiero, piccolo paese di 7,7 milioni di abitanti (la Jugoslavia aveva ben altre dimensioni, e nella guerra fredda, non allineata, era senza rivali il paese a direzione comunista col livello di vita e di libertà più alto) vola al 6,9%, il debito è al 65%, livello di guardia per un’economia in transizione nonostante il recente accordo stand-by con l’Fmi. La disoccupazione è al 19,7%, molto superiore tra i giovani. Il malumore dei ragazzi di Belgrado lo cogli anche quando si divertono la sera: magliette con la bandiera russa, l’aquila zarista o il volto di Putin spopolano. Eppure oltre all’appoggio politico, al richiamo storico panslavo, a energia e a un po’di forniture militari, Mosca può offrire poco, certo meno della Cina che investe nelle grandi infrastrutture, o degli Emirati che hanno salvato Air Serbia, erede della mitica Jat jugoslava. Vucic vuole privatizzare, deregolare, aprire la strada al capitale locale e agli investimenti europei. Offre un paese con manodopera a basso costo (salario netto medio 387 dollari) ma altamente qualificata nel manifatturiero. Scommette sulla Germania ma al momento ha di più dall’Italia: Fca ha a Kragujevac la linea di montaggio della 500L, prima azienda esportatrice serba, Unicredit e Intesa sono i primi operatori bancari con un quarto del mercato, Generali e Sai-Fondiaria controllano il 45% del mercato assicurativo. Senza dimenticare i comparti tessile e calzaturiero (Benetton, Calzedonia, Geox eccetera) e agroalimentare, con Ferrero a caccia di nocciole di qualità per la Nutella tra i nipoti di Tito. L’aiuto viene anche con altri canali: a cominciare dall’assistenza nella lotta a crimine organizzato, corruzione e mafie con discreti vertici frequenti e la fornitura gratis alle procure serbe di software della Dia italiana per combattere criminalità e illegalità. Non a caso, oltre che in inglese il sito del governo serbo (caso unico) è tradotto in italiano, seconda lingua straniera nelle scuole. Serbia scommessa aperta, insomma. Per Vucic, per il sistema Italia, e per la stabilità o meno in una regione interessante ma difficile e tesa a un passo dai nostri confini. Lo stabilimento serbo è l’unico in cui si produce la 500L : per l’export in America le auto vengono portate nei porti del Montenegro

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